La Battaglia fra Quaresima e Carnevale
Quaresima. In un modo o in un altro, quasi tutte le religioni promuovono il digiuno rituale come pratica di ordine e disciplina non sempre connessa alla penitenza o al sacrificio.
Questi furono invece i connotati assunti nell’Europa medievale dal digiuno che, pur non imponendo una totale astensione dal cibo, era ugualmente difficile da praticare in quanto comportava la rinuncia alla carne in un mondo che la considerava il più importante degli alimenti.
I ritmi annuali che determinavano l’alternarsi dei prodotti a disposizione erano infatti intersecati da altri ritmi, che si attivavano nel corso delle settimane e degli anni: quelli della carne e del pesce o, più in generale, del “grasso” e del “magro”, che includeva un numero impressionante di giorni in cui era proibito consumare la carne o addirittura, come in Quaresima, i prodotti animali in genere, cioè latte e latticini, uova e grassi.
Se la rinuncia era più facile per i ceti abbienti, che potevano attingere a un’ampia gamma di alimenti diversi, o per i monaci esperti nel confezionare piatti alternativi, era arduo mettere in tavola cibi appetitosi e variati per gli strati più bassi della popolazione, che oltretutto disponevano solo dei grassi animali come condimento. Soprattutto era duro nel lungo periodo della Quaresima quando, consumate le ultime riserve invernali nella grande abbuffata del Carnevale, non si poteva ancora fruire dei primi frutti della primavera.
Al contrario, non comportava rinunce il Carnevale, vera e propria baldoria i cui eccessi si manifestavano soprattutto in campo alimentare.
Prima o poi ci ritorneremo sul Carnevale, sulle varie etimologie attribuite al nome di questa festa sovvertitrice dei costumi, sulle sue lontane e controverse origini, sul suo mutare di significato nel tempo. Al momento accontentiamoci della visione che se ne aveva nel Medioevo, espressa in un anonimo poemetto del XIII secolo, la Bataille de Karesme et Charnage, appartenente al genere del fabliau, parodia in chiave alimentare dello scontro armato fra il “barone Carnevale”, liberale potente e virile, e il “barone Quaresima”, avaro effeminato e sessualmente continente.
Il tema del loro irriducibile conflitto apparteneva alla tradizione europea di una letteratura allegorica che trattava questioni morali e sociali quotidiane con un linguaggio umoristico e grottesco, spesso mediante la personificazione di entità astratte come virtù e vizio, corpo e anima, piacere e astinenza e, appunto, Carnevale e Quaresima. In quest’ultimo caso, si inscriveva in un quadro più ampio di celebrazioni carnevalesche dove tornei, scontri burleschi e giochi facevano parte dei riti di passaggio tra inverno e primavera. Testi simili si ritrovano in Inghilterra, Germania e Italia, spesso in forma di ballate, cantilene e recite che avevano lo scopo di rendere visibile ciò che è simbolico attraverso un linguaggio e uno scenario fortemente teatralizzati.
La lotta, peraltro, si svolgeva con due differenti modalità: una vera e propria guerra fra i due contendenti oppure il duro processo a cui Quaresima sottoponeva Carnevale e che si concludeva con la sua condanna a morte e la lettura del suo Testamento. La nostra Bataille segue, evidentemente, il primo tipo.
Elemento distintivo del poemetto è anche la caratterizzazione del personaggio di Quaresima, altrove presentato come la “Vecchia” per antonomasia − grigia, magra e intristita, così come il suo rivale Carnevale è giovane, grasso e gioioso − oppure identificato con la Befana, che a mezza Quaresima doveva rassegnarsi a essere segata con un complesso cerimoniale.
L’intento parodistico si manifesta sin dall’inizio nel comico contrasto tra le formule cavalleresche consacrate dell’uso, che creano l’illusione di trovarsi di fronte a un’autentica opera epica, e la reale composizione dei due eserciti schierati che, partendo dalla sostituzione dell’identità dei nobili baroni e dei loro messaggeri, si estende progressivamente all’intera struttura, orientata com’è a deridere i moduli dei generi cortesi e propensa a esaltare un “mondo alla rovescia”, insofferente delle regole e sostenitore del principio positivo del “grasso” come rivendicazione delle esigenze materiali e corporee.
Dopo un prologo e un’introduzione dai caratteri “epici”, ecco il susseguirsi dei momenti tipici delle chansons de geste (l’offesa, la lite, la convocazione delle truppe, la loro avanzata, l’adoubement, il duello e la mischia) in un rovesciamento parodistico situato all’interno di una tematica “carnevalesca” in uno scenario da “paese di Cuccagna”.
Il barone Carnevale, con indosso cotta, elmo ed usbergo di carni grasse e saporite, sformati caldi e pasticci, cavalca gioiosamente un cervo dalle grandi corna bardato di tortelli, cialdoni e frittelle, brandendo un vessillo di formaggio fresco e formaggini alla testa della sua armata di succulenti arrosti, grasse salsicce, creme e latticini, dolci gonfi e fritti, forze dell’abbondanza, del piacere e della festa. Il barone Quaresima, triste e scheletrico, conduce un esercito di pesci, ostriche e telline, cipollate e piselli, creme d’avena e bianca agliata, simboli di digiuno, disciplina e moderazione, di penitenza e purezza. Eppure, stranamente, gli mancano il pesce secco e i vegetali, cioè gli alimenti meno adatti a peccare di gola, e per completare il suo esercito sembra piuttosto orientato verso le specie di pesci più costose e la frutta rara. Come a dire che la rinuncia al “grasso”, se si può, non comporta altri sacrifici, il che era quasi sempre vero per gli aristocratici e gli alti prelati.
Ora, se il cervo “ramoso” è connesso alla rigenerazione in quanto i palchi delle sue corna cadono e si rinnovano periodicamente, il mulet (in francese ha il doppio significato di cefalo e mulo) cavalcato dal suo rivale, rinvia parodisticamente all’animale che, in quanto sterile, è adatto a simboleggiare la mortificazione della carne. Marcato simbolismo sterilità/fertilità, dunque, ribadito da vari particolari, come il grano che salda le piastre dell’usbergo di Carnevale, ugualmente indicativo di rinnovamento o gli uccelli che gli volano intorno, emblemi primaverili, mentre l’olio e il miele che militano sul fronte opposto rinviano alla salvaguardia e alla purificazione.
La tensione tra eccesso e restrizione non riguarda quindi solo i cibi ma la condizione umana nel suo rapporto con il sacro, il corpo e la comunità. In questa dimensione, inevitabile sarà il trionfo di Carnevale, carnale e impuro, signore del tempo nuovo e produttivo con i suoi cibi grassi e le uova che rimandano alla fertilità e alle gioie del sesso. E inevitabile la sconfitta di Quaresima, dedita alla continenza e all’astensione dai piaceri della vita, in un momento di trasgressione in cui l’elemento basso-corporeo sembra sconfiggere quello alto-spirituale e le forze della vita e della gioia quelle di segno contrario: un momento di selvaggio tripudio prima che la vita normale, comune, quotidiana, riprenda il suo corso.
Le condizioni di pace gli imporranno l’esilio, mentre i suoi, accolti tra le schiere del vincitore, potranno esser mangiati liberamente in ogni momento dell’anno. Dunque solo Quaresima viene sconfitto: al suo esercito basta cambiare padrone e segno per essere appetibile. In tal modo, divenendo anch’esso fonte di benessere corporale, il “magro”, ignobile solo perché improduttivo, sancisce definitivamente la trionfale e completa vittoria del barone Carnevale.
Nella figura in evidenza: Pieter Bruegel il Vecchio, Battaglia fra Carnevale e Quaresima (1559), Vienna, Kunsthistorisches Museum.
