uova di pasqua
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Pasqua: Uova, agnelli, colombe… e conigli

La Pasqua − festa mobile celebrata la prima domenica dopo il plenilunio di primavera, nel periodo equinoziale in cui si assiste al risveglio della natura intorpidita dal gelo invernale − è una delle feste più antiche della liturgia cristiana, tesa a ribadire sia il legame con la tradizione della Pascha ebraica sia la Resurrezione di Gesù.

Ma ancora più antiche sono le sue radici, che affondano nelle tradizioni non solo ellenistico-romane ma celtiche, germaniche, baltiche, slave, fino a quelle orientali. Perché la Pasqua è fondamentalmente la festa del rinnovamento cosmico, della vittoria sulla morte, della resurrezione degli dei e della natura con loro, festa che si traduce nel denso e complesso simbolismo dei cibi sacrali con cui la si celebra: l’agnello, la colomba, l’uovo.

L’agnello − simbolo di mansuetudine, d’innocenza e di purezza − è sempre stato l’animale sacrificale per eccellenza, offerto a Dio da Abele e da Abramo, immolato per salvare con il suo sangue i primogeniti del popolo ebreo dalla piaga che avrebbe colpito il faraone e il suo popolo. Ma l’Agnello cristiano risorge dalla morte, offre all’umanità una nuova Vita grazie al battesimo e nell’Apocalisse sta, trionfante, sulla montagna di Sion e al centro della Gerusalemme celeste. È il motivo per cui in molte miniature medievali dell’Ultima Cena si vede, davanti a Gesù, oltre al pane e al vino, una coppa contenente un agnellino, simbolo del Suo sacrificio.

Da un punto di vista strettamente pratico, l’uovo pasquale può esser considerato memoria di vecchie tradizioni, quando − dopo l’orgia del Carnevale e i digiuni della Quaresima – lo si consumava, preventivamente assodato perché si conservasse durante tutto l’inverno, come ultima indispensabile scorta prima che, con il tepore della primavera incipiente, la rinnovata fecondità della terra allontanasse lo spettro della fame.

Antichissima e di ampia diffusione, poi, è l’identificazione dell’uovo con il simbolo della fertilità e della rinascita della natura nell’uscire dall’inverno. Le uova rosse distribuite a Pasqua a Piana degli Albanesi si affiancano alla tradizione romana di seppellire un uovo rosso nei campi per favorire i raccolti. Anticamente anche persiani e cinesi celebravano con lo scambio di uova decorate l’arrivo della primavera: rimando alla fertilità presente anche nelle uova intere che gonfiano dolcemente il ventre della siciliana pupa ccu l’ova o in quelle contenute nelle focacce pasquali di molte regioni italiane o nella genovese torta pasqualina dalle trentatré sottilissime sfoglie (trentatré come gli anni del Cristo) o, ancora una volta col guscio colorato di rosso, sulle titole friulane.

Se ci trasferiamo su un piano sacrale, ecco nei miti cosmogonici di numerose religioni l’uovo cosmico, simbolo della perfetta unità degli elementi prima che dalla loro divisione nascessero l’universo e gli esseri viventi. Elementi di cui, secondo gli Egizi, l’uovo era il fulcro. Ma poiché è anche antichissimo simbolo di morte e resurrezione, ecco che nelle scene raffigurate in alcune tombe etrusche l’uovo che a volte appare in mano ai defunti distesi a banchetto è metafora del loro percorso nell’oltretomba. E lo tengono in mano anche alcune statue di Dioniso, il dio ucciso, smembrato e poi rinato dalla gamba di Zeus che vi aveva ricucito i vari pezzi.

Con l’avvento del cristianesimo diverrà poi (per le tre parti che lo costituiscono: guscio, albume, tuorlo) simbolo della Trinità, ma anche della Resurrezione, cioè della vita che nasce da qualcosa di apparentemente “chiuso” e inerte come un guscio o un sepolcro di pietra.

Del resto è dal suo nido a forma di uovo che rinasce la Fenice che vi si è fatta incenerire dai raggi del Sole; dalle ceneri rinasce l’uovo da cui esce il leggendario Uccello di Fuoco; in un uovo Koshei l’Immortale delle fiabe russe ha nascosto la sua energia vitale.

Un tempo si celebrava la “Pasqua d’Uovo” donando e consumando uova sode colorate benedette in chiesa, dando così una veste religiosa a una tradizione viva fin nel lontano Oriente. Erano le uova accumulate e conservate durante la Quaresima, quando cioè il consumo di cibi di derivazione animale era oggetto di divieto.

Sembra tuttavia che la consuetudine di bollirle avvolte in foglie e fiori che le colorassero in modo piacevolmente naturale sia nata in età medievale in Germania, dove si usava distribuirle alla servitù. Per il popolo costituivano un umile dono reciproco, che le classi abbienti sostituivano con uova in metallo pregiato.

La produzione di uova decorative in zucchero o cioccolato molto amaro fu avviata in Francia e Germania nel XVII–XVIII secolo (sarebbe stato il re Sole ad aver fatto realizzare al suo chocolatier il primo uovo di crema di cacao) ma, poiché si trattava di prodotti molto costosi e dunque riservati ai ceti abbienti, erano considerate oggetti di lusso, non dolci per bambini.

Nel XIX secolo si sarebbe finalmente diffusa la lavorazione del cioccolato solido e, con essa, la realizzazione delle prime uova cave, che i pasticceri avrebbero iniziato a decorare e riempire.

Si attribuisce a un cioccolatiere olandese, Coenraad Johannes Van Hauten l’idea (1828) di inserirvi un piccolo dono, idea tuttavia rivendicata dai torinesi come loro tradizione nata addirittura un secolo prima. L’uso sarebbe stato ripreso nel ‘900 da Luisa Spagnoli, che vi inserì piccole creazioni di lana destinate ai bambini dei suoi dipendenti.

Nel frattempo, dalle uova colorate o decorate con elementi dolci oppure metalliche si era passati a quelle di altissima oreficeria inaugurate dall’orafo Peter Carl Fabergé, attivo alla corte di Russia. La preziosità della sua prima creazione, commissionata dallo zar come dono alla sua sposa, era accresciuta da un secondo uovo d’oro inserito nel primo e contenente a sua volta un pulcino aureo e una riproduzione in miniatura della corona imperiale.

Sono, questi, brevissimi e necessariamente incompleti cenni a una tradizione assai complessa e articolata, che con qualche variante sembra accomunare popoli molto distanti fra loro. Una tradizione complicata dall’uso piuttosto recente di arricchire la gamma dei dolci pasquali non solo con campane di cioccolato ma con gli apparentemente inspiegabili coniglietti.

Il motivo? Due leggende − di cui una più antica, anglosassone, e una seconda appartenente alla tradizione tedesca – che pur essendo assai diverse fra loro, appaiono entrambe legate alla dea germanica Eostre o Ostara, divinità della primavera e dell’alba, il cui animale sacro era proprio la lepre. Una dea che nel VII secolo era rappresentata in forma di lepre (o di coniglio) dagli anglosassoni, che per questo avrebbero chiamato Easter la Pasqua e quindi Easter Bunny il coniglietto pasquale. È infatti la lepre, animale particolarmente fecondo al pari del coniglio, che all’inizio della primavera si scatena nei prati in sarabande amorose presagio della rinascita della natura e della riacquistata fertilità. Solo nel XVII secolo nascerà invece il Germania la tradizione dell’Osterhase, la lepre pasquale (Ostern è la Pasqua) che porta uova colorate ai bambini che preparino i nidi in cui lasciarle.

Inspiegabilmente, è ad Aster Bunnymund, il Coniglio Pasquale, che nel cartone animato della Disney I 5 guardiani è affidata la Speranza di salvarsi dal Male.

Ultima viene necessariamente la bianca, casta colomba, la cui origine è rivendicata a colpi di leggende da Milano e Verona, e la cui tradizione industriale è nata per sfruttare a pieno ritmo i macchinari utilizzati per il panettone. La colomba, che nell’iconografia cristiana è presente in vari modi: reca nel becco un ramoscello per simboleggiare la rinnovata alleanza fra Dio e gli uomini dopo il Diluvio, scende su Gesù mentre riceve il battesimo, indica lo Spirito Santo nella raffigurazione della Trinità.

Buona Pasqua a tutti.

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