La melagrana. Il frutto con la corona

… il mio sposo
di melagrano un chicco mi die’, più soave del miele.
Non lo volevo, io no, ma pur mi costrinse a gustarlo.
narra sconsolata Persefone alla madre Demetra, che china la testa di fronte all’inganno messo in atto da Ade per non perdere la sposa rapita. La subdola offerta del dio degli Inferi ha modificato il patto con Zeus: Core/Persefone non sarà più completamente libera di ritornare alla madre Demetra ma dovrà trascorrere un terzo dell’anno nella brumosa sede dei morti, per poter poi accedere per gli altri due alle dimore degli Immortali, segnando con ciò il ciclo stagionale di morte e rinascita della natura. Non una condanna, tuttavia, ma un privilegio concesso dalla superiore volontà di Zeus perché è legge che chi mangia qualcosa nella terra delle ombre non possa più tornare tra i vivi.
In età arcaica la nascita di quest’albero meraviglioso era associata a vari esseri femminili, ninfe o fanciulle mortali, sempre legate al ciclo di morte-sacrificio da cui nasce la vita, o all’androgino frigio poi identificato dai greci con Cibele.
In Grecia un mito oscuro, di cui esistono versioni diverse tutte connesse al dualismo morte-rinascita proprio del dio dei cicli naturali e dell’estasi, lo vuole nato dalle stille del sangue di Dioniso fatto a pezzi dai Titani; mentre Afrodite, dea dell’amore, ha il privilegio di esser stata la prima a piantarlo sull’isola di Cipro. Così in Grecia la melagrana, non più simbolo del potere della Grande Madre − la dea primigenia dai molti nomi nel suo duplice ruolo di Colei che dà la vita e Colei che la toglie, e dunque simbolo sia di fecondità che di morte − fu attribuita ad Hera e ad Afrodite, segno di potere universale nel primo caso (e in questo senso la vediamo spesso figurare scolpita sulle corone e sulla sommità degli scettri), d’amore carnale e di fecondità nel secondo.
Oltre a ciò In molte culture la melagrana, era ritenuta il tramite attraverso il quale le anime scendevano nella carne, dando con ciò vita a una materia altrimenti inerte, ma al tempo stesso condannando le anime alla “tomba-prigione” del corpo.
Questa la base funebre e misterica del valore simbolico del frutto inteso − in Grecia come in Frigia e in altre regioni dell’Asia − nel suo valore vitale e di piacere (poiché il gusto del frutto è legato a quello sessuale), fecondo e generativo, ma anche di morte, una morte tuttavia sentita come preludio alla resurrezione nell’avvicendarsi delle stagioni.
Quanto al melograno (Punica granatum), è un alberello dalle origini molto antiche, proveniente da una zona che andava dal l’India al Caucaso meridionale, da dove si è ben presto diffuso nell’Asia Minore e nel bacino del Mediterraneo.
Se, il Corano cita tre volte il melograno due volte come esempio di cose buone create da Allah ed una volta come frutto trovato nel giardino del Paradiso, il suo passaggio in Occidente ne ha determinato l’integrazione nei sistemi simbolici greci, romani ed ebraici, dove ha assunto significati connessi a fertilità, abbondanza, autorità e immortalità.
Nella tradizione ebraica, la melagrana è menzionata in molti passi del Vecchio Testamento. Il libro dell’Esodo impone di ricamare “melagrane di porpora e oro, porpora e rosso, porpora e scarlatto” sulle vesti rituali del sommo sacerdote come segno della benedizione di Dio; in quello dei Re sono menzionati i frutti scolpiti sui capitelli del Tempio di Salomone a indicare la benedizione che scaturisce dall’alleanza con Dio ma anche a simboleggiare con la loro coroncina la sua regalità; il Deuteronomio la inserisce fra i sette frutti della Terra Promessa; il Cantico dei Cantici, che carica di profonda sensualità lo sbocciare dei suoi fiori, ne fa il simbolo della bellezza dell’amata (come spicchio di melagrana è la tua tempia dietro il tuo velo. Ti disseterò con il vino speziato e con il succo del mio melograno) e dell’amore intenso e fecondo:
Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti…
Tutti elementi che hanno indotto alcuni studiosi di teologia a individuare proprio nel melograno e non nel melo il misterioso Albero della Vita dell’Eden.
Naturalmente, il simbolo è reversibile: una melagrana ancor acerba, che non si è spaccata e dunque custodisce intatti i suoi semi, indica nel mondo islamico la verginità.
Questo frutto ha accompagnato numerose pratiche rituali nelle società tradizionali: la sua rottura davanti alla coppia nelle cerimonie nuziali augurava, ad esempio, fertilità e prosperità proprio come in Grecia o in Turchia lo si faceva con il lancio dei suoi semi; in Iran e in India il frutto veniva consumato durante celebrazioni festive per simboleggiare abbondanza e buona fortuna.
E, come in India al succo di melagrana si attribuivano virtù fecondative, nel sud-est asiatico i chicchi d’una melagrana aperta indicavano i bambini che nascevano numerosi ad ogni generazione.
Molti dei significati simbolici che le sono stati attribuiti nel corso dei secoli permangono ancor oggi in molti Paesi. Amore, matrimonio, fertilità richiamati anche dal colore rosso dei suoi fiori e dalla grande quantità di semi, le sono legati ad esempio in diverse tradizioni orientali. Le spose turche lanciano a terra la melagrana, perché così avranno tanti figli quanti sono gli arilli usciti dal frutto; in Cina viene consumata dai novelli sposi la prima notte di nozze come buon augurio.
Anche nell’antica Roma Giunone veniva rappresentata con in mano una melagrana, e fronde di melograno costituivano l’acconciatura delle spose. Nella poesia islamica, e soprattutto persiana, il “vino di melagrana” è associato alle scene d’amore, le guance delle belle fanciulle hanno il colore dei suoi fiori, e i loro seni sono paragonati ai suoi frutti.
Sulle tavole ebraiche imbandite per le due cene di rito legate alla festa di Rosh hashana, il capodanno, non mancano mai i rimmonim, cioè le mele granate, intere o in chicchi. I loro numerosi semi uniformi non sono soltanto simbolo di molteplicità e armonia, ma incarnano l’idea stessa di giustizia (la tradizione vuole che abbia 613 semi, tanti quanti, secondo il Talmud sono le mitzwot, i precetti della Torah).
È lo stesso motivo per cui il cristianesimo medievale ne farà il simbolo della Chiesa unisce in una sola fede popoli diversi. E, se dischiusa, la prefigurazione della passione del Cristo, per passare poi, in età barocca a rappresentare la carità, cioè l’elargizione generosa di doni propri dell’amore misericordioso.
Anche nella simbologia mariana compare la melagrana: chiusa come allusione alla verginità o aperta come simbolo della maternità e della generosità delle grazie che da Lei provengono, mentre il frutto posto fra le manine del Cristo fanciullo è, al tempo stesso, segno di potere universale e promessa di resurrezione (e in questo senso il simbolo si riallaccia al cristianizzato mito di Persefone). Perché, come nei miti antichi, questo frutto regale splendido e ambiguo, dai semi di rubino e il succo color del sangue, rievoca al tempo stesso la vita e la morte, e dunque la Passione di Cristo e il martirio dei suoi primi seguaci.
Il suo nome latino, dunque, malum granatum, cioè “frutto con i semi”, non gli rende giustizia.
Intesa nel suo senso più pieno, come potenza e ricchezza suggerite dalla forza generativa del frutto e dallo splendore dei suoi semi simili a pietre preziose, la melagrana può, come nell’antichità, divenir simbolo regale ed essere avvicinata al globo aureo dei regnanti (che in tedesco si dice appunto Reichsapfel, “Mela dell’Impero”). Per questo motivo gli emiri di Granada ne avevano fatto l’emblema del loro del principato. Per questo nell’Iran della rivoluzione khomeinista la melagrana divenne il simbolo di Dio e al tempo stesso della patria (il melograno è infatti un albero tipico della Persia). Così, dal 1979, l’emblema di stato della repubblica islamica iraniana è stato il nome di Dio disegnato in modo da rappresentare una melagrana, e tale disegno campeggia ancora al centro della bandiera iraniana attuale.
(Nell’immagine superiore, Madonna della Melagrana di Sandro Botticelli, 1487, Firenze, Galleria degli Uffizi)
