Caffè, cultura e rivoluzione
Caffè-bevanda, caffè-locale. Quasi sempre amato, spesso proibito per più o meno giustificati motivi attinenti alla salute il primo; piacevolmente démodé e quasi sempre sostituito dalla più moderna, asciutta, sbrigativa voce “bar” il secondo, oggi bersagliato da non sempre opportuni provvedimenti di chiusura.
Di questo, appunto, intendiamo occuparci adesso, rinviando a un altro momento la bellissima storia della forte e calda bevanda che rivoluzionò la società europea dei philosophes e del libertinismo, animata da un potente desiderio di innovazione e insieme percorsa da un trionfante esotismo.
Sembra che l’apertura del primo caffè all’insegna della Scuola degli uomini colti, inaugurato a Costantinopoli nel 1554 − ad opera di due siriani intenzionati ad allargare alla capitale ottomana il consumo di una bevanda che dai caravanserragli, in cui i cammellieri sostavano dopo la faticosa traversata dei deserti, era passato alle città arabe, persiane e a quelle sul Bosforo − abbia coinciso con l’apertura delle “scuole del sapere”.
Detto anche “vino dell’Islam” e dunque assurto al rango di bevanda del Profeta dotata di straordinarie virtù, cominciò a esser chiamato “latte dei giocatori di scacchi e dei pensatori”, simbolo e veicolo di una nuova cultura.
Nei caffè d’Oriente si riunivano con gli amici poeti famosi per giocare a dama e agli scacchi, parlare di politica e di filosofia, recitare e ascoltare racconti in versi e in prosa. E i viaggiatori europei che visitarono l’Asia Minore, la Persia e la Siria nella seconda metà del secolo, annotarono quella che per loro era un’abitudine assai strana, alla quale indulgevano i sudditi del sultano: assaporare deliziati, in locali pubblici che tutti potevano frequentare senza distinzione di casta o di religione, una bevanda “nera come l’inchiostro” in profonde tazzine di porcellana bollente, che passavano di mano in mano nel corso di piacevoli conversazioni.
Quando passò in Europa, a seguito della sconfitta turca sotto le mura di Vienna (1683), l’esotica bevanda non incontrò subito il favore del pubblico ed anzi scatenò violente polemiche originate dal suo colore infernale, dal gusto acre e da ipotetiche malattie di ogni tipo attribuite al suo consumo. Ma dopo esser stata finalmente accolta dalla borghesia agiata e dalla nobiltà parigina, assurse rapidamente al rango di prodotto di lusso, passando dai banchi degli ambulanti e dai locali fumosi, angusti e mal tenuti, a esercizi eleganti e raffinati.
Fu un italiano dotato di acume e di un ingegno fuori del comune, Francesco Procopio, il primo a far servire da camerieri con parrucca e candidi grembiuli, nel suo locale scintillante di specchi e lampadari di cristallo, grandi vassoi di deliziosi rinfreschi come gelati, acque di fiori, frutta candita, dolci liquori e caffè aromatico: tutte cose che preparava personalmente nel suo attivissimo laboratorio e che venivano consumate con soddisfazione dalla nobiltà, dalla borghesia illuminata e dagli intellettuali.
L’Encyclopédie ne avrebbe consacrato la fama come crogiolo culturale e fu sull’onda di questa fama che nacquero in tutta Europa locali che ambivano a emularlo contribuendo alla diffusione delle nuove idee.
Ancora una volta, dunque, ci troviamo di fronte a un luogo particolare, ben diverso dai nostri bar in cui, come suggerisce lo stesso nome (dall’inglese barrier, sbarra), si consumano velocemente bevande fredde e calde, alcoliche o no, con un occhio al cellulare e uno all’orologio. Locali votati a promuovere l’intelligenza, a stimolare gli impulsi alla libertà e dunque, come già a Costantinopoli, al Cairo e alla Mecca (motivo per cui erano avversati dai rigoristi musulmani) punto di partenza di potenziali rivolte.
Fu appunto “Il Caffè” il titolo programmaticamente politico dato da Pietro Verri alla rivista da lui creata nel 1764, insieme al fratello Alessandro e con il contributo di intellettuali come Cesare Beccaria, a Milano, ma, per sfuggire alla censura austriaca, stampata a Brescia, in terra di San Marco e dunque non lontana da quella che ormai da oltre un secolo era, con Parigi e con Vienna, una delle capitali del caffè e delle sue botteghe, Venezia. Un progetto culturale nato nel circolo dell’Accademia dei Pugni, con l’obiettivo di diffondere il pensiero illuminista; un nome significativo non solo perché questi locali erano ormai luoghi di ritrovo in cui a parte i pettegolezzi mondani (ammesso che fossero ingenuamente tali) si parlava di cultura e di politica, ma perché al pari della nera e aspra bevanda, la rivista si assumeva il compito di liberare la gente dal sonno e dal torpore facendo veder chiaro nelle cose attraverso l’esercizio di una critica sempre più efficace e razionale.
Così, se da un lato molti esercizi, frequentati soprattutto da aristocratici e diplomatici (per citarne solo alcuni: il Florian o il Gran Caffè Quadri a Venezia, il Pedrocchi a Padova, il Savini a Milano, il Fiorio e il Cova a Torino, il Gran Caffè Doney a Firenze, il Caffè degli Specchi a Trieste o l’Antico Caffè Spinnato a Palermo), imboccarono la via dell’eleganza sempre più raffinata, del lusso confortevole, degli arredi preziosi, altri (come il torinese Progresso, rifugio di carbonari prima di garibaldini poi, o il napoletano Gambrinus, il triestino Tommaseo, frequentato dalla borghesia illuminata) furono all’origine dei fremiti rivoluzionari ottocenteschi che avrebbero poi finito con l’investire anche locali insospettabili come lo stesso Florian e il Quadri.
Ma c’è un ulteriore funzione svolta dai caffè: quella di locali che hanno visto transitare, accanto ai più disparati gruppi sociali e a illustri cittadini italiani e stranieri, personaggi di spicco della cultura del nascente XX secolo che li rese teatro esclusivo della letteratura e dell’arte, dell’ingegno e della scienza, della politica e delle grandi utopie.
Modesti come inizialmente lo era il Florian, che ospitò a lungo la redazione della “Gazzetta”, servendo al contempo da ufficio di collocamento e ufficio oggetti smarriti. O il Greco di Roma, paradiso dei fumatori, centro cosmopolita frequentato soprattutto da tedeschi, che Mendelsshon descrisse come “la taverna più detestabile che esista: sporca, scura e umida”, mentre,al contrario, artisti di ogni nazionalità concordavano nel giudizio espresso da uno di loro: “Qui la vita brucia come un fuoco ardente e ci si sente spinti a vivere, ad amare, a scolpire, a dipingere…”. Oppure discreti come, a Napoli, il Caffè d’Italia, dove Leopardi era solito consumare gelati, prima che l’attenzione degli intellettuali italiani e stranieri si concentrasse, a fine secolo, sul “balcone della città”, il celeberrimo Gambrinus.
A Firenze fu aperto a metà Ottocento il Caffè Michelangelo, la cui seconda saletta fu per un trentennio feudo degli artisti toscani, mentre sede privilegiata del movimento futurista e teatro delle loro immancabili risse sarebbe stata, all’inizio del secolo successivo (come a Milano il Savini, il Cova, il Campari; a Roma l’Aragno), la terza saletta delle Giubbe Rosse. Lo affiancava il Paszkowski, anch’esso affollato dei più vividi ingegni soprattutto italiani.
Non la casa, non ho casa.
Non la piazza: la piazza è per i ciarlatani e altri socialisti.
Non la campagna […]
Ma il mio caffè, il mio piccolo rifugio nella terza saletta:
questo è il mio caldo nido, è la mia casa, la mia fortezza”.
dichiarava Italo Tavolato nel suo Elogio del Caffè uscito su “Lacerba” nel 1913,
a cui facevano da contraltare i versi ironici di Luciano Folgore:
Giubbe Rosse è quella cosa
che ci vanno i futuristi,
se discuton non c’è cristi,
non puoi più giocare a dama […]
Nei caffè Marinetti gridava i suoi proclami incendiari, preparava piani che associavano arte, poesia e politica, esortava i connazionali a lanciarsi nell’avventura coloniale, esaltava la razza e la guerra, esaltava il culto della velocità, l’estetica della macchina, l’igiene spirituale.
Passata la tempesta bellica, i futuristi concentrarono a Roma la loro attività con un complesso programma di intervento in teatri e cabaret, bar e ristoranti, fondando nel 1918 la Casa d’Arte Bragaglia, poi Teatro degli Indipendenti, con annesso un bar che promette va consumazioni come “fuoco e zolfo” e “melma bruna”.
Oggi pochi degli storici caffè letterari sono sopravvissuti, ed anche questi appaiono quasi sempre snaturati da una crescente spinta all’omologazione. Dal resto, bisogna riconoscerlo, arte, scienza e letteratura sono ormai banalizzate nei programmi televisivi costruiti per il grande pubblico, palcoscenico di finzioni su cui si svolge un dibattito politico sterile, a tratti violento ma quasi sempre privo della passione che ribolliva negli animi di critici e artisti, uomini di scienza e letterati del primo Novecento.
