La curée di Firenze. Cronaca di una città che non ci appartiene più

La curée di Firenze. Cronaca di una città che non ci appartiene più

C’è una parola francese che mi torna in mente ogni volta che guardo Firenze: curée.

Nella tradizione venatoria indicava la spartizione delle spoglie dell’animale abbattuto, secondo un rituale regolato da gerarchie precise. A ciascuno la sua parte, secondo il rango e il ruolo ricoperto nella caccia. Ai cani le interiora, al signore le parti più pregiate. Una distribuzione ordinata, quasi una cerimonia. Ognuno riceveva ciò che gli spettava, o ciò che il suo posto nella gerarchia gli consentiva di pretendere.

L’animale, naturalmente, non partecipava alla spartizione.

Ecco. Guardando ciò che sta accadendo a Firenze, il pensiero corre inevitabilmente a questa antica usanza. Perché una città può anche essere sottoposta a una curée. Non occorre abbatterne le mura, né dichiararle guerra. Basta convincersi che tutto ciò che la rende unica sia disponibile: il paesaggio, gli alberi, le strade, le attività storiche, la memoria dei luoghi, perfino il diritto dei suoi abitanti di riconoscersi in ciò che vedono.

Si chiamerà riqualificazione, modernizzazione, mobilità sostenibile, sviluppo. Le parole non mancano mai quando si tratta di presentare una trasformazione come inevitabile. È il loro pregio principale: rendono presentabile quasi tutto.

Firenze lavori tramvia

E così Firenze si riempie di cantieri, si scava, si taglia, si modifica. Le nuove linee tranviarie avanzano, il paesaggio urbano viene ridisegnato e gli alberi, che hanno avuto la pessima idea di crescere dove qualcuno ha previsto altro, diventano un dettaglio sacrificabile. I commercianti fanno i conti con disagi e difficoltà, le strade cambiano volto e ai cittadini resta il privilegio di scoprire, spesso a cose fatte, come sarà il luogo in cui vivono.

Naturalmente, il trasporto pubblico è importante. Le infrastrutture sono necessarie. Lo sappiamo. Ma da quando la necessità di un’opera ha cominciato a coincidere con l’infallibilità di chi la progetta? Da quando chiedere conto delle conseguenze è diventato un atteggiamento sospetto, quasi una forma di arretratezza culturale?

Il progresso, quello vero, dovrebbe migliorare la vita delle persone senza impoverire inutilmente il luogo in cui vivono. Altrimenti non è progresso: è una trasformazione che presenta il conto ad altri.

E il conto, a Firenze, non arriva soltanto sotto forma di deviazioni, rumore e polvere. Arriva nella perdita lenta e quotidiana di ciò che rendeva riconoscibile una strada, un quartiere, una città.

Perché poi c’è il commercio. E qui il panorama offre un’altra piccola lezione di modernità.

Le attività si avvicendano, le insegne cambiano, i prodotti si ripetono. Negozio dopo negozio, la città rischia di diventare un assortimento di merci intercambiabili, una successione di vetrine senza radici, dove l’identità del luogo cede il passo alla ripetizione dell’offerta. Potrebbe essere Firenze, potrebbe essere una qualsiasi altra città: basterebbe cambiare lo sfondo.

Non è una questione di nazionalità dei commercianti, né sarebbe serio confondere la precarietà di un’attività con un illecito. Le regole devono valere per tutti e le eventuali irregolarità devono essere accertate. La questione è un’altra: quale idea di città si sta affermando quando le attività commerciali diventano presenze intercambiabili, il rispetto delle regole non appare uniforme e il rapporto fra negozio e quartiere perde significato?

Una serranda alzata non è necessariamente un segno di vitalità. A volte è soltanto una serranda alzata.

E mentre si discute di flussi, investimenti, cantieri e rendimenti, qualcosa di meno misurabile scompare. Il senso di familiarità. La continuità. La sensazione, un tempo così naturale, di sapere dove ci si trova senza dover leggere un’insegna.

C’è poi il turismo, risorsa preziosa quando alimenta la vita della città e ne rispetta l’identità, ma capace di diventare un problema quando il consumo rapido dei luoghi prende il sopravvento sulla loro esistenza quotidiana. Si arriva, si fotografa, si attraversa, si lascia dietro di sé il proprio passaggio e si riparte. Il luogo diventa esperienza da consumare, possibilmente in fretta. La città reale, con i suoi abitanti, i suoi equilibri e le sue fragilità, rischia di trasformarsi in una scenografia a disposizione di chiunque voglia portarsene via un’immagine.

Firenze, in questo modo, può perfino guadagnare visibilità mentre perde vivibilità. Può diventare sempre più famosa e sempre meno familiare. Può essere celebrata in tutto il mondo da persone che non hanno alcun motivo di accorgersi di ciò che, per chi ci vive, sta scomparendo.

È qui che la curée rivela il suo significato più feroce.

Non occorre che qualcuno abbia pianificato la distruzione dell’identità fiorentina. Basta che nessuno la consideri abbastanza importante da difenderla. Basta che ogni decisione venga valutata separatamente, ogni sacrificio dichiarato inevitabile, ogni protesta archiviata come il lamento di chi non vuole cambiare.

Alla fine, le singole decisioni si sommano. E il risultato può essere una città che conserva il proprio nome, il proprio prestigio e il proprio richiamo turistico, ma perde progressivamente il rapporto con chi l’ha vissuta come casa.

È una forma di espropriazione particolarmente elegante: non ti portano via la città. Ti lasciano le strade, i numeri civici, perfino il panorama, quando ne rimane uno. Sei tu che, poco alla volta, non ti riconosci più in ciò che ti circonda.

E allora arriva la domanda che dovrebbe inquietare più di qualsiasi cantiere: a chi appartiene Firenze?

A chi la abita, la custodisce, la attraversa ogni giorno, la tramanda? Oppure a chi può trasformarla, sfruttarla, amministrarla e venderne l’immagine, senza sentirsi obbligato a rispondere della sua perdita?

Perché Firenze è un marchio straordinario. Evoca arte, bellezza, storia, civiltà. È un nome che vale in tutto il mondo. Ma proprio per questo c’è un rischio: che si finisca per proteggere il marchio e sacrificare la città; per conservare l’immagine e alterare la sostanza; per vendere al mondo la bellezza di un luogo mentre si rende sempre più difficile riconoscerla nella vita quotidiana.

Una cartolina può continuare a essere bellissima anche quando la città che rappresenta non lo è più nello stesso modo. Il prestigio sopravvive a lungo alla realtà. E il visitatore che arriva per pochi giorni può non accorgersi di ciò che un abitante vede scomparire nell’arco di anni.

Chi perde un albero perde un albero. Chi vede scomparire un negozio storico perde anche una parte della memoria della strada. Chi vede trasformarsi il proprio quartiere senza riconoscerne più il carattere perde qualcosa di più difficile da quantificare: il legame fra la propria vita e il luogo in cui si svolge.

E chi perde quel legame non diventa necessariamente un esiliato. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più amaro: rimane dov’è, ma comincia a sentirsi estraneo.

E il fiorentino?

Naturalmente, in questa storia, c’è anche lui.

Si lamenta, protesta, scuote la testa. Ha sempre qualcosa da ridire, e spesso ne ha ben donde. Discute al bar, si indigna sui social, commenta le decisioni di chi amministra la città con quella competenza retrospettiva che ci rende tutti eccellenti sindaci, urbanisti e assessori. Poi, esaurita la conversazione, torna alle proprie occupazioni.

E la città continua a cambiare.

Qui sta il paradosso: Firenze viene trasformata sotto gli occhi di chi la abita, ma la protesta troppo spesso non riesce a diventare una forza collettiva capace di incidere sulle decisioni. Il dissenso si disperde, l’indignazione scade, la memoria si accorcia. Ci si abitua anche a ciò che, qualche anno prima, sarebbe apparso inaccettabile.

Forse è questo il segreto di ogni trasformazione che incontra un’opposizione debole: non convincere tutti che sia giusta, ma aspettare che gli scontenti si stanchino.

E così il provvisorio diventa definitivo, l’eccezione diventa consuetudine e ciò che sembrava una ferita intollerabile finisce per essere assorbito nel paesaggio. Fino alla ferita successiva.

Non è che ai fiorentini manchi l’amore per la propria città. Il problema, semmai, è che l’amore non si traduce automaticamente nella capacità di difenderla. Si può essere profondamente legati a un luogo e tuttavia lasciare che altri ne determinino il destino.

Ma una città non si difende soltanto ricordando com’era. Né basta lamentarsi quando qualcosa scompare, se poi non si riesce a costruire una voce comune, capace di chiedere conto delle decisioni e di pretendere alternative.

La nostalgia, da sola, è innocua. Può perfino diventare un alibi: ci permette di rimpiangere ciò che abbiamo perduto senza assumerci il peso di provare a salvare ciò che resta.

E intanto la curée prosegue. Non perché tutti siano d’accordo, ma perché il disaccordo, quando rimane isolato, non impedisce granché.

Il risultato è quasi perfetto: qualcuno decide, qualcuno realizza, qualcuno trae vantaggio, molti si lamentano. E la città paga il conto.

Poi, naturalmente, ci si domanda come sia stato possibile arrivare a questo punto.

La risposta, forse, è meno misteriosa di quanto ci piaccia credere: perché a ogni passaggio abbiamo pensato che il problema fosse troppo piccolo per giustificare una battaglia, troppo grande per poter essere affrontato, oppure già deciso per poter essere cambiato.

Finché un giorno ci guardiamo intorno e scopriamo che non è scomparsa soltanto una parte della città. È scomparsa anche la nostra abitudine a sentirci responsabili del suo destino.

Ecco la vera devastazione. Non soltanto quella che si misura con gli alberi abbattuti, le strade sconvolte o le serrande chiuse. Quella che non compare nei computi metrici, non entra nei bilanci e non trova posto nelle conferenze stampa. La devastazione del senso di appartenenza.

La curée, in fondo, è questo: ciascuno prende ciò che gli interessa, mentre l’insieme perde qualcosa che nessuno sembra incaricato di difendere.

E quando la spartizione è terminata, i partecipanti possono anche dichiararsi soddisfatti. I progetti saranno stati realizzati, le opere inaugurate, le attività economiche avranno seguito il loro corso. Ci saranno fotografie, discorsi e nastri da tagliare.

Soltanto la città, quella vera, potrebbe non essere più la stessa.

E chi la ricorda com’era rischierà di essere trattato come un nostalgico, categoria assai comoda: basta appiccicarle l’etichetta per evitare di rispondere alle sue domande.

Ma non è nostalgia pretendere che una città migliori senza cancellarsi. Non è passatismo chiedere che gli alberi siano considerati parte del patrimonio urbano, che i quartieri non diventino scenografie intercambiabili, che le attività commerciali contribuiscano alla vita dei luoghi e che le trasformazioni siano giudicate anche per ciò che distruggono.

È, semplicemente, pretendere che il progresso sappia distinguere fra ciò che può essere cambiato e ciò che merita di essere custodito.

Perché una città non è una preda. Non è un bottino da distribuire secondo il rango dei partecipanti. E non è nemmeno un marchio di proprietà di chi, in un determinato momento, ha il potere di deciderne il destino.

Firenze appartiene anche a chi verrà dopo di noi. E proprio per questo nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a consumarne l’identità come se fosse una risorsa senza fine.

La domanda, allora, non è se Firenze debba cambiare. Le città cambiano da sempre.

La domanda è che cosa siamo disposti a perdere, chi decide di sacrificarlo e chi si assume la responsabilità del risultato.

Perché la curée ha una sua logica: la preda è morta, la spartizione può cominciare.

Ma Firenze è viva. O dovrebbe esserlo.

E se per renderla moderna dobbiamo arrivare al punto di non riconoscerla più, forse il problema non è la nostra incapacità di accettare il cambiamento.

Forse è l’idea di modernità di chi quel cambiamento pretende di imporlo. E forse è anche la nostra rassegnazione, che gli permette di procedere indisturbato.

Il pelo nell’uovo, questa volta, è che mentre tutti sembrano sapere che cosa fare di Firenze, nessuno sembra ricordare che Firenze non è una cosa da spartire.

E noi, che continuiamo a chiamarla casa, abbiamo ancora il diritto di domandare chi abbia cominciato la caccia.

Ma dovremmo anche avere il coraggio di chiederci perché, mentre la caccia continua, ci limitiamo così spesso a guardare.


Foto di riferimento: Le Forhu à la fin de la curée (1746) di Jean-Baptiste Oudry (dettaglio), Musée National du Château de Fontenebleau.

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