San Valentino. Tra miracoli, fiori e cioccolatini

San Valentino è una di quelle ricorrenze che sembrano vivere una doppia vita: da un lato la celebrazione ufficiale dell’amore, dall’altro una delle tante feste inneggianti al consumismo più sfrenato.

La scelta della data della sua commemorazione si colloca all’interno di una strategia più ampia della Chiesa dei primordi, intesa a sostituire o rielaborare antiche feste romane per reinterpretarle in chiave cristiana. In questo caso si trattava dei Lupercalia, riti connessi alla fertilità e alla rinascita che si svolgevano a metà febbraio. Nel Martirologio romano, infatti, si ricordano con questo nome al 14 febbraio, due martiri: un prete romano giustiziato sulla via Flaminia, sotto l’imperatore Claudio II “il Gotico”, nel 269 o 270; e un vescovo di Terni, consacrato da san Feliciano di Foligno e decapitato a Roma nel 273 sotto Aureliano.

Sono stati i numerosi interessi commerciali legati alla festa a far sì che il suo nome continuasse a comparire, il 14 febbraio, in almanacchi e calendari di vario tipo. Valentino, infatti, non è più fra i santi menzionati nel calendario liturgico dopo la riforma del Santorale successiva al Concilio Vaticano II, in cui si afferma chiaramente: “Dei singoli santi e beati da inserire nel Calendario si faccia uno studio critico, in modo che si possano avere le prove storiche della loro vita, delle loro opere, dell’origi­ne e della diffusio­ne del loro culto”. E, di conseguenza, si sancisce che “nel fare revisione dei Calendari particola­ri, si espungano i nomi dei santi dei quali, tolto il nome, storicamente si sa poco o nulla”. Nel Calendario Romano Generale, cioè, dovevano restare solo i santi con biografia storicamente certa e importanza davvero universale. E dunque non uno storicamente esistito ma la cui vita, oltre ad essere poco documentata, è infarcita di storie intrecciate fra loro. Un santo di cui, tuttavia, continuano ad esser consentite le celebrazioni locali e le manifestazioni della devozione popolare.

La figura di san Valentino, complessa ed enigmatica, è avvolta da una fitta nebbia in cui storia e leggenda si confondono.

Il fatto poi che nelle fonti antiche siano menzionati almeno due martiri cristiani con questo nome, e per giunta entrambi vissuti nel III secolo d.C., periodo segnato dalle persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano, ha contribuito, nel tempo, a sovrapporre biografie e tradizioni diverse rendendo difficile ricostruirne la vita e le opere. Il che spiega almeno in parte perché frammenti delle sue reliquie siano sparsi in varie chiese europee e perché alcune azioni a lui attribuite siano basate più sulla tradizione che su prove certe. Comunque stia la questione dell’identità o meno dei due martiri omonimi, è certo che il culto di del santo ha in Roma tradizioni antichissime, come è provato dall’esistenza del cimitero di San Valentino sulla via Flaminia.

Le fonti medievali, cronache e opere agiografiche come le Passiones o le Vite dei santi non sempre distinguono tra i due Valentini.

La più antica fra quelle che ci sono pervenute è Passio sancti Valentini episcopi et martyris. Probabilmente composta tra la seconda metà del VI secolo e l’inizio del VII, presenta Valentino non come semplice prete, ma come vescovo di Interamna (Interamna Nahars era il nome antico di Terni) che, aveva accettato di recarsi a Roma per soccorrere il giovane Cerimone, gravemente malato, solo se suo padre Cratone, un retore o filosofo pagano, si fosse convertito al cristianesimo insieme ai suoi congiunti e ai suoi discepoli. Il che, naturalmente avvenne dopo la guarigione miracolosa del ragazzo, frutto di una notte passata in preghiera. Ma la crescente fama di Valentino e le conversioni da lui effettuate indussero prefetto Placido a ordinare che venisse arrestato, flagellato e giustiziato nei pressi della via Flaminia. Saranno i suoi discepoli a recuperarne la salma e a riportarla a Terni per seppellirla dignitosamente “ad suam ecclesiam”, dando origine al culto locale. Anche oggi il luogo di culto principale è la Basilica di San Valentino a Terni, edificata proprio sul sito che la tradizione indica come il luogo della sua sepoltura.

Il martirio e l’opera di apostolato da lui svolta indussero il Venerabile Beda a inserirlo nel suo Martirologio, da cui passò poi al catalogo ufficiale di tutti i santi.

È sempre Beda a menzionare un altro Valentino,un presbitero romano vissuto nello stesso periodo, meno presente nella tradizione popolare e non legato a storie di amore, matrimoni o guarigioni. Viene infatti citato solo nelle liste di martiri romani e nei documenti ecclesiastici che narrano come, avendo rifiutato di rinunciare alla sua fede e di sacrificare agli dei, sia stato condannato a morte per decapitazione al tempo dell’imperatore Claudio II, sulla via Flaminia. E fu lì, nel podere della matrona Sabina, che sarebbe stata deposta la sua salma, in un’area che, già occupata da un cimitero pagano, avrebbe poi ospitato tombe cristiane e infine, ormai diventata centro di culto per i fedeli a Roma, la basilica fatta erigere da papa Giulio I e poi caduta in progressivo abbandono dopo il XIII secolo, a seguito della traslazione delle reliquie del martire in Santa Prassede.

Ma attenzione: il Catalogo Liberiano (IV sec.), in cui sono elencati fondazioni e restauri di edifici sacri, cita un Valentino come finanziatore della basilica. Forse perché era stato il suo culto a fornire il denaro necessario alla sua costruzione? Oppure l’identificazione di “quel Valentino” con il martire poi venerato deriva da tradizioni successive e interpretazioni agiografiche? Fatto sta che tra V e VI secolo si cominciò a venerarlo, come del resto spesso accadeva a quanti avevano fondato chiese in Roma.

A contribuire alla confusione si aggiungerà, nel V secolo, un san Valentino di Rezia, o di Passavia, vescovo missionario nella regione alpina venerato soprattutto localmente per quanto non sia emerso nessun rapporto tra lui e la festa degli innamorati.

Comunque stiano le cose, la popolarità del santo si accrebbe grazie alla Legenda aurea di Jacopo da Varagine, che identifica le due figure ormai fuse insieme con il vescovo di Terni, fatto decapitare da Claudio II per le conversioni di intere famiglie patrizie a seguito della guarigione miracolosa di alcuni dei loro membri, i battesimi e i matrimoni di giovani coppie cristiane celebrati nonostante il divieto dell’imperatore, che riteneva i soldati non sposati più efficienti in battaglia. In pratica, cioè, avrebbe attribuito a un unico martire fatti in cui la tradizione vede invece l’intervento di due personaggi diversi.

Uno degli esempi più famosi riguardail matrimonio della giovane cristiana Serapia e Sabino, un soldato romano pagano, il cui amore era ostacolato sia dalle differenze religiose sia dalle leggi dell’Impero. Serapia si ammalò gravemente di tisi e temeva di morire senza poter sposare l’amato.Valentino cercò di convincere Sabino a convertirsi al cristianesimo, ma il giovane esitava ad abbandonare la fede dei padri. Accettò il battesimo solo quando si rese conto che Serapia stava per esalare l’ultimo respiro così che Valentino celebrò il matrimonio accanto al letto della giovane morente. Ed ecco che, appena ricevuta la benedizione, i due sposi morirono serenamente insieme, uniti per sempre nell’amore umano e cristiano.

Altrettanto nota è la guarigione miracolosa della figlia cieca di un alto funzionario, spesso identificato come Asterio, al quale l’imperatore aveva affidato la custodia del venerabile sacerdote che, sebbene pericoloso per la sua eloquenza nel diffondere la fede cristiana, non intendeva incarcerare. Valentino pregò intensamente per la giovane e, imponendole le mani, lerestituì la vista, ottenendo così la conversione di tutta la famiglia. Poco dopo, venne arrestato e condannato a morte.

Dunque abbiamo due martiri: il prete romano arrestato per la forte fede e decapitato sulla via Flaminia per il suo ostinato rifiuto di sacrificare agli dei e il vescovo di Terni a cui sono attribuiti matrimoni segreti e guarigioni miracolose.

Ma, a complicare ulteriormente le cose, si scopre che in alcune cronache si parla di una doppia incarcerazione di Valentino: la prima a Roma sotto l’imperatore Claudio II, per aver celebrato in segreto i matrimoni dei giovani soldati ignorando il divieto imperiale; la seconda a Terni, come vescovo, sotto l’imperatore Aureliano, per la sua fede cristiana. La seconda prigionia portò al martirio definitivo, con la decapitazione. E anche in ciò ravvisiamo la fusione di due diverse figure: il presbitero ostinato nel rifiutare di abbandonare la sua fede e il vescovo taumaturgo che battezzava e celebrava matrimoni proibiti.

Si tratta quindi di un santo con più biografie sovrapposte per i motivi più disparati: stesso nome, martirio in epoche vicine, trasmissione orale e fonti scritte tardive, forse la tendenza a unificare figure simili per rafforzarne il culto. In ogni caso, ciò che accomuna le diverse versioni è il martirio: Valentino morì come martire e testimone della fede cristiana.

Oggi la Chiesa cattolica riconosce San Valentino come santo e martire e, per quanto non distingua con certezza assoluta tra il vescovo di Terni e il presbitero di Roma, di fatto il culto fa riferimento soprattutto al Valentino “vescovo e martire” legato a Terni, quello cioè con la tradizione più solida e continuativa.

A questo punto verrebbe naturale chiedersi come, date le premesse, questo santo leggendario sia potuto diventare il protettore degli innamorati. A determinare questo slittamento sembra sia stata una vera e propria coincidenza, verificatasi quando, nel 1465, papa Paolo II autorizzò il cardinale Giovanni di Torquemada a fondare una confraternita il cui scopo era di provvedere alla dote delle fanciulle povere. La prima distribuzione delle doti fu fissata, in modo del tutto casuale, il 14 febbraio, giorno in cui all’epoca cadeva la festa di san Valentino e la data, accolta con gioia dalle ragazze e dai loro innamorati, venne mantenuta anche negli anni successivi.

Un poetico collegamento fra san Valentino e l’amore si era probabilmente già verificato in ambito letterario tra il XIV e il XV secolo, in particolare in Inghilterra e Francia, dove si diffuse l’idea che il 14 febbraio fosse il giorno in cui gli uccelli iniziavano ad accoppiarsi, rendendolo simbolicamente adatto alla celebrazione degli innamorati.

Fu Geoffrey Chaucer (1342/3-1400) il primo ad attribuire al giorno intitolato a al martire una funzione simbolica legata alla scelta della coppia e all’inizio della stagione amorosa. Nel poema allegorico Il Parlamento degli uccelli, usa infatti i volatili come metafora degli esseri umani che:

For this was on Saint Valentine’s Day
When every bird comes there to choose his mate

(Perché questo accadeva nel giorno di San Valentino/quando ogni uccello viene lì a scegliere il proprio compagno).

Due secoli dopo, nell’Amleto di William Shakespeare (Atto IV, scena V), la figura del santo riemerge nei brevi versi della ballata di Ofelia che richiamano la credenza associata al giorno di San Valentino e all’incontro amoroso.

Tomorrow is Saint Valentine’s day,
All in the morning betime,
And I a maid at your window,
To be your Valentine.

Then up he rose, and donn’d his clothes,
And dupp’d the chamber door;
Let in the maid, that out a maid
Never departed more.

(Domani è il giorno di San Valentino, /di buon mattino, per tempo, / e io, fanciulla, alla tua finestra, /per essere la tua Valentina. /Allora egli si alzò e indossò i suoi abiti, /aprì la porta della stanza;/fece entrare la fanciulla, che fanciulla/non ne uscì mai più)

In entrambi i testi, quindi, il giorno di San Valentino, per quanto inserito in contesti culturali e poetici differenti è evocato non come festa religiosa, ma come momento legato all’unione e alla scelta amorosa. Ed è proprio dall’immagine della “scelta del compagno”, che rende il 14 febbraio il giorno più adatto a innamorarsi, che sembrerebbe derivare la moderna tradizione della festa.

Eppure, eppure… una delle tante storie fiorite intorno alla figura del santo narra che, nell’abbandonare la casa del funzionario che lo aveva in custodia, le lasciò un biglietto con scritto “dal tuo Valentino”. E un’altra poetica tradizione vuole che regalasse rose alle coppie in lite per farle riconciliare. Il tutto, naturalmente assolutamente non documentato… ma molto efficace.

Tutto ciò dette origine all’usanza di inviare poesie o lettere d’amore il 14 febbraio: erano nate le “Valentine’s Cards”, che in epoca vittoriana divennero una moda diffusa in tutta l’Europa.

Da allora, San Valentino divenne il protettore dell’amore romantico e la sua festa iniziò a diffondersi in tutto il mondo. Ma una volta emigrata negli Stati Uniti, avvenne quel che, ahimè, era avvenuto a molte altre celebrazioni legate alle più profonde tradizioni europee (mi riferisco in particolare ad Halloween, ma anche a Babbo Natale, che prima o poi avremo occasione di rivisitare insieme): il martire cristiano fu trasformato in icona universale dell’amore, corredata di una pletora di simboli come il cuore e il colore rosso.

E da credenze in odore di superstizione. Come quella di alcune tradizioni popolari, soprattutto anglosassoni, secondo le quali il primo nome udito o caduto sotto gli occhi il giorno di San Valentino sarebbe stato quello del futuro innamorato. O quella che considerava il 14 febbraio un momento propizio per dichiararsi, quasi che il calendario potesse offrire protezione impedendo il rifiuto.

Nel complesso, la celebrazione contemporanea di San Valentino rischia di svuotare la festa anche di questi significati, trasformando l’amore in un obbligo sociale e commerciale, in una dimostrazione dei sentimenti attraverso regali e gesti standardizzati che rischia di ridurre un’esperienza profondamente intima in una ritualità superficiale. In questo senso, purtroppo, la festa dice molto non tanto dell’amore, quanto piuttosto della società dei consumi in cui è inserita.

Meglio sarebbe reinterpretarla, trasformandola da semplice evento commerciale a momento di riflessione sui sentimenti, sulla cura reciproca e sulla responsabilità che ogni legame comporta. In fondo, il senso più profondo dell’amore non sta nel gesto spettacolare, ma nella continuità quotidiana di un sentimento sincero.

In fondo, l’amore vero sopravvive anche a un San Valentino dimenticato, a una rosa comprata al volo o a una cena improvvisata, magari senza cioccolatini e champagne. Ma difficilmente sopravvive all’indifferenza. Non andrebbe visto come la cartina di tornasole, il test dell’amore, ma come un semplice invito ad amare. Possibilmente anche il 15 febbraio.


Ti è piaciuto questo contenuto? Allora condividilo!

Articoli simili