Il “pasto tradito”: quando la tavola diventa teatro della storia e del tradimento

Il “pasto tradito”: quando la tavola diventa teatro della storia e del tradimento

Pochi gesti sono universali quanto il condividere il cibo. Da tempo immemorabile gli uomini siedono alla stessa tavola per celebrare nascite e matrimoni, concludere accordi, riconciliarsi dopo una guerra, accogliere stranieri e stringere alleanze. Mangiare insieme significa abbassare le difese riconoscendo nell’altro una persona degna di fiducia. Non sorprende quindi che, in quasi tutte le culture, tradire qualcuno durante un pasto sia considerato una delle forme più gravi di slealtà. Ma è proprio perché è il luogo della fiducia che la tavola può trasformarsi nel luogo del tradimento più infame.

Del resto, se ripercorriamo la storia a ritroso vediamo come per moltissime culture il semplice gesto di offrire pane e sale a chi si presentava alla porta equivalesse a stipulare una sorta di patto morale. Chi accettava quel cibo entrava sotto la protezione di chi glielo aveva offerto che, da parte sua, assumeva il dovere di garantirgli sicurezza e rispetto. Nelle culture dell’Europa orientale come in quelle arabe e beduine condividere il pane e il sale creava un vincolo quasi sacro tra ospite e ospitante.

Anche nella Grecia antica il concetto di xenia, l’ospitalità sacra protetta da Zeus, imponeva obblighi precisi per ottemperare ai quali lo straniero andava accolto, rifocillato e protetto prima ancora che gli venisse chiesto il nome. Così farà re Antinoo con Odisseo, gettato dal mare in tempesta sulla sua isola. Violare questo rapporto, infatti, era considerato un’offesa non solo all’ospite ma agli dèi.

Anche la tradizione biblica attribuisce enorme importanza al pasto condiviso. Abramo accoglie gli stranieri offrendo acqua, pane e un vitello preparato per loro; Lot protegge i suoi ospiti a costo della sicurezza della sua famiglia. Perché chi ha mangiato alla tua tavola diventa, in qualche misura, parte della tua comunità.

Perfino il sale, da solo, assume un valore particolare. Da qui deriva l’espressione “patto di sale”, presente in diverse culture mediterranee e mediorientali. Mangiare il sale di qualcuno significava contrarre un obbligo di fedeltà. Non a caso in molte lingue tradire chi ti ha ospitato equivale a “tradire il sale” che hai mangiato.

Il tema del “pasto tradito” attraversa dunque la storia dell’umanità come un filo rosso, dai miti antichi alle cronache medievali, dalle fiabe popolari fino alla narrativa contemporanea.

L’esempio più famoso si trova nella mitologia greca.

I fratelli Atreo e Tieste si contendono il potere di Micene in una spirale di adulteri, vendette e tradimenti. Quando Atreo scopre che Tieste gli ha sedotto la moglie e sottratto il trono, prepara una vendetta atroce ed esemplare: invita il fratello a un banchetto di riconciliazione in cui gli serve una sontuosa cena al termine della quale fa portare in tavola gli arti mozzati dei nipoti, smembrati e serviti come portata regale.

Nella tragedia di Seneca, si insiste soprattutto sul banchetto sacrilego: Tieste mangia con gusto la carne imbandita e solo alla fine, quando gli vengono mostrati i miseri resti dei figli, scopre l’orrore che, inconsapevole complice dell’atto, ha appena consumato.

A rendere la vendetta ancora più terribile è il rovesciamento del rito stesso della mensa per cui quello che avrebbe dovuto essere un luogo di riconciliazione si trasforma in luogo della maledizione e dell’orrore.

Ma accanto a quella di Atreo e Tieste c’è un’altra storia altrettanto terribile di cannibalismo inconsapevole inflitto come punizione estrema. Dopo aver violentato la cognata Filomela, Tereo le taglia la lingua perché non possa rivelare l’accaduto. Ma Procne, scoperto il crimine del marito, durante un banchetto gli serve le carni del figlio Iti rivelandogliene la provenienza solo dopo che le ha divorate.

Più di un millennio dopo, Paolo Diacono riporta un episodio non meno impressionante che del pasto tradito rappresenta il perfetto rovesciamento. Dopo aver sconfitto e ucciso il re gepido Cunimondo, il re longobardo Alboino, che con il suo cranio aveva fatto realizzare una coppa da vino tempestata d’oro, ne sposò la figlia Rosmunda. Quindi a Verona, durante un banchetto teso a celebrare le sue vittorie, compì il gesto fatale porgendo proprio quella coppa alla moglie e invitandola a “bere insieme a suo padre”. Che il racconto sia interamente storico o in parte leggendario conta relativamente: l’immagine è potentissima. In questo caso il banchetto non conclude una guerra, ma prepara la vendetta. La pubblica umiliazione inflittale durante il convito dalla sconsiderata superbia del re, che aveva distrutto la sacralità del pasto, avrebbe infatti trasformato la regina nella congiurata che lo colpirà nel sonno (572).

Anche la tradizione biblica attribuisce alla tavola un forte valore simbolico. Durante l’Ultima Cena, mentre divide il pane e il vino con i discepoli, Cristo annuncia che uno di loro lo tradirà. In effetti Giuda non agisce durante il pasto, e tuttavia il suo bacio, Il più umano dei gesti, nasconde dietro l’apparente affetto nei confronti del maestro il peggiore degli oltraggi: la menzogna e quindi il tradimento.

Un altro, più antico, banchetto biblico, quello del re Baldassarre, assume invece il significato di una condanna divina. Durante una festa sontuosa, mentre si beve dai vasi sacri sottratti al Tempio di Gerusalemme, una mano misteriosa compare e scrive sul muro le parole che preannunciano la fine del regno. Quella stessa notte Babilonia cadrà. Ancora una volta, la tavola diventa il luogo in cui si manifesta un destino già deciso.

Nelle fiabe il pasto tradito assume spesso la forma dell’inganno. Dall’orco di molte novelle europee alla Baba Jaga russa, esiste un intero filone di racconti che presentano il rovesciamento più radicale possibile dell’ospitalità in quanto il cibo offerto all’ospite nasconde l’intento di trasformare in cibo l’ospite stesso.

Come in Hansel e Gretel, in cui la fame spinge i due bambini abbandonati nel bosco ad avvicinarsi a una casa fatta di pane, dolci e zucchero che sembra promettere salvezza e abbondanza mentre in realtà è un’esca mortale: appartiene infatti a una strega che intende ingrassare le sue vittime per poi divorarle.

Le saghe medievali del Nord Europa mostrano invece un’altra funzione del banchetto. Nelle grandi sale dei re e dei capi clan si beveva, si festeggiava, ma soprattutto si faceva politica. I giuramenti pronunciati durante un convito erano sacri e proprio per questo le vendette messe in atto a tavola risultavano particolarmente infamanti.

Uno degli esempi storici più famosi è The Black Dinner, la “Cena Nera” del 1440. William VI conte di Douglas e suo fratello David, entrambi giovanissimi, erano stati invitati al castello di Edimburgo per una cena in onore del re Giacomo II, ancora bambino. L’atmosfera serena mutò all’improvviso quando venne servita la testa di un toro nero, antico simbolo scozzese di morte imminente. Troppo tardi i due fratelli compresero di essere in trappola: trascinati all’aperto furono immediatamente decapitati.

Più drammatico ancora il Massacro di Glencoe (1692) compiuto ai danni del clan MacDonald, riluttante a sottomettersi all’autorità del nuovo re Guglielmo III d’Inghilterra, da alcuni membri del clan Campbell che avevano vissuto con le loro famiglie, in qualità di ospiti, mangiando alla loro tavola per parecchi giorni. Una notte, violando le sacre leggi dell’ospitalità in vigore nelle Higlands, li sterminarono nel sonno dando poi alle fiamme le loro case.

Anche se spesso viene ricordato soltanto come un assassinio politico, il dettaglio del banchetto è fondamentale nel delineare l’atto finale del trionfo di Teodorico su Odoacre. Poiché i due rivali sembravano aver raggiunto un accordo per governare insieme l’Italia, per celebrare la pace fu organizzato a Ravenna un banchetto durante il quale Teodorico, estratta la spada, uccise il rivale.

Il tema del pasto tradito è così potente da riemergere persino nella narrativa contemporanea.

Ne sono esempio perfetto, in Game of Thrones di George Martin, la Red Wedding, le Nozze Rosse, i cui gli ospiti convinti di essere protetti dalle sacre leggi dell’ospitalità, mangiano, brindano, ascoltano musica celebrando l’unione di due importanti famiglie. All’improvviso, le porte vengono sbarrate e i musicisti intonano una canzone minacciosa, The Rains of Castamere, dando il via a una carneficina. Se l’episodio è ispirato sia a The Black Dinner sia al Massacro di Glencoe, l’inevitabile vendetta attuata da Arya Stark su chi le ha ucciso la madre e il fratello ha il sapore dei miti dell’antichità. I figli di Walder Frey, il signore responsabile della strage, da lei catturati e fatti cuocere in un pasticcio saranno serviti durante un banchetto al padre che solo alla fine saprà che cosa ha mangiato. Ancora una volta il cibo diventa strumento di vendetta, la mensa tribunale e il pasto punizione. Tra l’altro, la vendetta di Arya è ancora più significativa perché capovolge il ruolo delle vittime: dopo che Walder Frey aveva trasformato un banchetto nuziale in una trappola mortale, è lui stesso a cadere vittima di un altro pasto tradito. La tavola che aveva usato come arma diventa il luogo della sua punizione.

Questi racconti, pur lontanissimi tra loro nel tempo e nello spazio, condividono la stessa struttura. La tavola crea una comunità temporanea. Chi accetta il pane, il vino e l’ospitalità presume di essere al sicuro. Quando questa fiducia viene violata, il tradimento assume una forza simbolica molto maggiore rispetto a quello consumato in battaglia o per strada. Perdere un nemico in guerra è normale; essere colpiti mentre si condivide il pane è qualcosa che offende un principio più profondo. E proprio per questo, quando il tradimento arriva, lascia cicatrici nella memoria collettiva.

Alla luce di queste tradizioni, molti degli episodi che abbiamo ricordato acquistano un significato ancora più profondo. Le Nozze Rosse non sono soltanto un massacro; sono una violazione della legge dell’ospitalità. Il Massacro di Glencoe non è soltanto un’operazione militare; è il tradimento di uomini che avevano condiviso il pane con le loro vittime. The Black Dinner non è soltanto una congiura; è l’uso della tavola come esca mortale.

Da Atreo a Rosmunda, da Teodorico alla Baba Jaga, dai clan scozzesi alle saghe fantasy contemporanee, la storia sembra ripetere sempre la stessa lezione: non c’è luogo più rassicurante di una tavola apparecchiata, e forse proprio per questo non c’è luogo più adatto al tradimento.

Se tante civiltà hanno attribuito un valore sacro al pane e al sale, è perché avevano compreso che il cibo non nutre soltanto il corpo. Mangiare insieme crea una comunità temporanea fondata sulla fiducia. Per questo il tradimento consumato a tavola appare più odioso di ogni altro: colpisce non soltanto la vittima, ma il significato stesso dell’ospitalità. Dal pane e sale dei popoli slavi ai banchetti degli eroi omerici, dalle tende dei beduini alle sale dei castelli medievali, la tavola è stata il luogo in cui gli uomini hanno imparato a riconoscersi come amici. Ed è forse per questo che, quando il tradimento vi fa irruzione, la sua eco attraversa i secoli e si trasforma in mito, leggenda e storia.



Immagine in evidenza: “Atreo fa mangiare a Tieste i suoi tre figli”, miniatura tratta dal codice ‘Des cas des nobles hommes et femmes’ (1410 circa), Genève, Bibliothèque de Genève, Ms. fr. 190/1.

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